Pro… e contro

Venerdì 12 febbraio ho partecipato all’Assemblea Straordinaria della Pro Spilimbergo. La mia prima volta in questa associazione e subito mi sono beccato un argomento tosto, come la modifica dello Statuto per fare della Pro una APS (Associazione di Promozione Sociale)… un adempimento formale, ma pur sempre importante perché lo Statuto rappresenta la colonna portante di un’associazione.

Non di questo però vorrei parlare, ma del mondo delle associazioni in genere. Faccio parte di tre associazioni (Agesci, AIA, Pro) completamente diverse tra loro per finalità, ordinamento e organizzazione; ciò nonostante i punti in comune sono diversi, perché l’elemento comune più significativo sono proprio le persone.
Un’associazione deve le sue fortune e il suo prestigio, per una buona parte, ai suoi associati: se ne deduce che la difficoltà o la crisi di un’associazione sono direttamente figlie dei suoi sodali. A ogni assemblea o riunione, solitamente, le cose più importanti e più sentite saltano fuori alla voce “varie ed eventuali”, ma meglio ancora dopo la fine. Malumori interni, un “superiore” che non dovrebbe fare le cose in un certo modo, le critiche verso “quelli che non vengono mai” e “quelli che non dicono mai niente” e “quelli che sanno solo lamentarsi” (!!!), le dichiarazioni “si dovrebbe fare così”, “se facessimo come dico io”…

Tutti d’accordo su una sola cosa: bisogna dialogare con altri soggetti, “fare rete”, trovare nuove collaborazioni basate su interessi comuni. Sono concetti che sento da anni, e sono come gli aquiloni. Nella vita sogni sempre di farne uno, e alcune volte anche ci hai provato: a pochi riesce davvero, alla maggior parte nasce una cosa goffa, che non decolla mai, poi sembra che trovi il filo giusto… e infine ricade sempre a terra. I più irrequieti poi sfogano la frustrazione massacrando i due legnetti incrociati con la carta velina sopra, parto mal riuscito di una fantasia mal supportato dall’atto pratico.

Così, le associazioni non sanno (non vogliono?), non riescono a trovare il modo di collaborare. Perché il tempo è sempre meno, le persone anche, e i soliti “eroi” restano sempre più soli a portare avanti la carretta. Ma anche perché gli “eroi” talune volte sono davvero tali, nel senso che resistono allo scorrere del tempo e, pur lievemente deteriorati, reggono le sorti del proprio sodalizio da tempo immemore, da soli o in combinata, con un’oligarchia figlia di un antico “zoccolo duro” appassionato e animato da fuoco sacro.

Penso che un’indagine statistica anche abbastanza casereccia potrebbe dimostrare che laddove c’è stato un adeguato ricambio generazionale, con un trapasso di esperienza che non è scivolato nell’indottrinamento talebano, le forze fresche hanno portato le stesse energie, ma hanno dimenticato i preconcetti, le rivalità, il “fasìn bessoi” che accompagna l’associazionismo “old style”.

Largo ai giovani, dunque; ma soprattutto largo al nuovo, che non per forza dev’essere giovane all’anagrafe. “Giovane” e “nuovo” soprattutto nella ricerca del dialogo e dell’arricchimento reciproco… altrimenti che nuovo è? Ne abbiamo abbastanza di gruppi arroccati e inevitabilmente destinati a spegnersi. La società ha bisogno di dinamismo e di voglia di fare bene, assieme, per tutti.

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