Il caffè di Spilimbergo

A Spilimbergo abbiamo sbagliato tutto. Invece di fare tanta fatica a promuovere il mosaico, dovevamo buttarci su altri settori. Il caffé, ad esempio: a Pasqua è bastato spendere appena 1,00 € per portare Spilimbergo alla ribalta nazionale. Chissà se ora ci sarà qualche turista in più… speriamo non in meno!

L’ironia è riferita al fatto noto: una barista cinese, che da poco ha rilevato il bar Commercio, ha incontrato dei problemi nell’applicare a un cliente burkinabé prezzi diversi dal listino. Il cliente si è rivolto ai carabinieri, che hanno accertato il fatto, e la notizia ha fatto il giro d’Italia, sebbene non sia stata ancora sporta denuncia.

Indagando meglio, sono emersi altri dettagli: la barista cinese ha esperienze simili a Padova, con titolari italiani che applicano le stesse discriminazioni verso i clienti – negri in particolare – indesiderati; la clientela italiana del Commercio avrebbe caldeggiato l’adozione del listino “cromatico”; l’avventore in questione avrebbe in precedenza creato dei problemi presso lo stesso locale.

Mi vengono alcuni pensieri, cominciamo da quello forse meno attinente: perché il bar era aperto la domenica di Pasqua? Non ce la facciamo proprio a santificare almeno quella domenica? Pensando poi che a Pasquetta pare fosse tutto chiuso, alla faccia delle orde di turisti che hanno affollato Spilimbergo… meglio santificare la crapula di Pasquetta che la “pallosa” Pasqua?

Ma entriamo nel merito della storia: possiamo parlare di razzismo? Io dico di no: se il cliente in questione fosse stato un negro americano anziché africano non ci sarebbero state storie, credo. Se fosse stato europeo, a nessuno sarebbe passato per la testa… a meno che… Gli italiani, poi, di certo non subiscono mai questi trattamenti… quasi mai…

Perché il punto non è il colore della pelle, o la provenienza; il punto è il livello sociale. Sei povero? Hai un lavoro precario o difficile? Sei in difficoltà con i soldi, con la famiglia? Puzzi? Parli male? Grazie, la porta è quella. Non sei gradito, non ci servi. Di più, ci dai fastidio, non sei degno di stare con noi. E nella parte del “noi” non c’è una razza, un’etnia, ma semplicemente la “gente per bene”, che lavora, che ha una posizione… quale? “boh, sempre meglio della sua.”

Ci siamo concentrati a lungo sull’integrazione, sulla società moderna multietnica, multirazziale, pluriconfessionale; sulla necessità di concedere e riconoscere a tutti diritti e libertà, di essere accoglienti. E, più o meno coscientemente, abbiamo ritenuto che il modo migliore fosse addolcire le regole, annullare i riferimenti, trascurare i doveri, aprire tutte le porte senza che nemmeno qualcuno bussasse. Il risultato? Il caffé non è più uguale per tutti. Nel giorno in cui il Signore risorge, per tutti. Bella roba! E siamo appena all’inizio…

PS: uso la parola “negro” perché così si chiama la razza cui si fa riferimento. Non mi piacciono le definizioni politically correct come “nero” o “di colore”; forse che non abbiamo tutti un “colore”? La diversità non è un’insulto, e i nomi propri servono a esprimere le diversità; altre soluzioni sono ipocrisie e prese in giro.

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