Controriforma UTI, Spilimbergo ritorni “a casa”

Come promesso in campagna elettorale, pronti via e la nuova Giunta regionale tira il freno di emergenza sul treno in corsa delle UTI: il trasferimento delle funzioni dai Comuni, obbligatorio dal prossimo 1° luglio, è stato congelato, così come viene cancellato l’obbligo di adesione e le penalizzazioni ai “ribelli”. Se questo primo passo era praticamente scontato, meno lo era il successivo: la base per la “controriforma” sarà la precedente suddivisione in Ambiti e l’allineamento con la riforma della Sanità.

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Cofferati lascia il PD «Inaccettabile il silenzio del partito»

L’amico Renzi conosce molti modi di liquidare i suoi avversari. Continua la scalata verso destra e il tentativo di riproporre una nuova Balena Bianca, che però tanto bianca non è più…

Cofferati lascia il Partito Democratico «Inaccettabile il silenzio del partito» – Corriere.it.

Regioni: ridurre e razionalizzare

Due deputati dem, Roberto Morassut e Raffaele Ranucci, hanno preso carta e penna per ridisegnare la cartina d'Italia. Ne è uscito fuori UNO STIVALE DIVISO IN DODICI AREE, OMOGENEE PER «STORIA, AREA TERRITORIALE, TRADIZIONI LINGUISTICHE E STRUTTURA ECONOMICA». Alcune sono frutto di una semplice addizione (il Triveneto con Friuli, Trentino e Veneto, oppure l'Alpina con Piemonte, Valle d'Aosta e Liguria). Altre invece mettono assieme province di Regioni diverse: il Levante "ospita" Puglia, Matera e Campobasso, mentre la Tirrenica tiene assieme Campania, Latina e Frosinone. Solo Sicilia e Sardegna manterrebbero il privilegio dello statuto speciale. (Tommaso Ciriaco, da “la Repubblica” del 23/12/2014)

A sorpresa a fine 2014 è spuntato il dibattito sulle macroregioni, partendo dalla proposta del democratico Morassut di portare a 12 le attuali 20 Regioni. Roma Capitale più una serie di vari accorpamenti e smembramenti, nel complesso un guazzabuglio difficilmente realizzabile. Ma l’idea di base non è poi sbagliata: è ormai patrimonio comune che più delle Province sono le Regioni gli enti con maggiori spese (e con maggiori scandali, da Fiorito a Ballaman in avanti ce n’è ovunque…). In calce allego alcuni interventi in merito.

In tutte le situazioni presentate appare scontato che il Friuli Venezia Giulia, che nel recente passato è riuscito a togliere il trattino dalla denominazione, finirebbe in una macroregione triveneta con Veneto, Trentino e Alto Adige. Fine di una specialità? O piuttosto estensione della stessa, magari beneficiando della maggior “scaltrezza” degli altoatesini e del maggior peso politico di Venezia? Se il baricentro fosse per ipotesi Padova, quanto davvero diventerebbe più scomodo rispetto a Trieste? All’interno del nuovo Triveneto anche la riorganizzazione delle Province avrebbe un senso diverso, potendo meglio ridivedere territori tra loro omogenei senza scatenare guerre di confine (es: Portogruaro, Sappada…).

Un ultima nota dedicata agli autonomisti friulani e ai sentimentali: non toccatemi il Friuli, anche per me è speciale il legame con la nostra terra. Ma lasciamo che resti un prezioso bagaglio culturale, da tutelare e curare anche come risorsa; l’organizzazione amministrativa è giusto che segua altri criteri.

Dibattito sulle Macroregioni – dal Messaggero Veneto del 07/01/15
Perchè diciamo SI alle macroregioni – insiemeweb del 29/12/14
Ecco come cambiano le regioni francesi – formiche.net del 18/12/14

Stracci volanti nel PD spilimberghese?

La sezione riconferma il segretario Fabio Martina, ma la rielezione lascia un certo malcontento che si sfoga su Facebook…

Preferenze e doppio turno, come migliorare la legge elettorale

Dopo vent’anni di inutili tentativi per eliminare politicamente Berlusconi, la sinistra, a un passo dal traguardo, è riuscita nell’impresa opposta: “clonare” Silvio e riabilitare lo stesso quale leader dell’opposizione. Sono quindi due personaggi molto simili quelli che la scorsa settimana hanno partorito la bozza di legge elettorale che, nelle rispettive teorie, dovrebbe mandarli al governo con un pugno di voti e senza tema di opposizione alcuna.

Ancora un Parlamento di nominati, dopo che tutta Italia chiede il contrario (grande assist al M5S) in cui un premio di maggioranza abnorme rispetto alla soglia che lo fa scattare, assieme agli sbarramenti previsti per i partiti minori, potrebbe di fatto consegnare a uno dei due leader una maggioranza assoluta di fedelissimi nominati a priori con una quota di voti assolutamente ridicola.

Parliamo di numeri: se una coalizione vince con il 35% dei voti validi, prende un altro 18% (cioè aumenta il risultato di oltre il 50%) e arriva al 53% in aula. In questa coalizioni potrebbero esserci anche altri 3 partiti che restano al 4%, quindi il principale arriva al 23%. Calcolando un’astensione attorno al 60%, questi voti rappresentano appena il 14% del corpo elettorale; il 14% degli italiani vince così la maggioranza assoluta del 53% del Parlamento, con un moltiplicatore del 384% e un sostanziale via libera ad una “dittatura democratica”.

Tra l’altro, i partiti minori sono spinti a coalizzarsi con i pesci grandi per trovare uno sbarramento più basso, ma rischiano di essere semplice portatori d’acqua per chi punterà sicuramente sulla campagna per il “voto utile”. Obiettivo governabilità sicuramente raggiunto… ma a quale prezzo?

Le soglie vanno sicuramente riviste: almeno il 40% per il premio di maggioranza (ridotto di conseguenza) ed eventuale ballottaggio, 5% lo sbarramento sia dentro che fuori coalizione, e ogni partito scelga come correre senza calcoli di convenienza.

Ma soprattutto, ridateci le preferenze. Il listino corto al posto del listone lungo, ma sempre bloccato, è semplicemente una presa in giro. I trafficoni di partito saprebbero fare benissimo i loro calcoli per far eleggere Tizio piuttosto che Caio, invece che lasciare a noi elettori la scelta. La mancanza delle preferenze è anche il primo incentivo alla frammentazione politica: siamo tutti d’accordo che la pletora di partitini sia un carrozzone inutile, ma è evidente che, in un sistema di nominati in cui la vita politica di ognuno è appesa agli umori del “Capo”, chi non è allineato salta. E allora ecco sempre nuovi partiti, divisioni, correnti. Se poi nemmeno fai le primarie al tuo interno, è normale che qualcuno si stacchi, e guarda caso a destra la frantumazione è maggiore che a sinistra, dove il PD sarà pure in fermento ma resta ancora formalmente unito.

Il sistema delle preferenze porterebbe invece ad una “selezione naturale” tra le diverse correnti, lasciando ai meriti del candidato e al pensiero libero del cittadino la scelta dei pesi da assegnare alle diverse opinioni. Un sistema bipolare – non miseramente bipartitico – in cui do il voto ad una parte politica ma con la mia preferenza esprimo anche quale taglio voglio dare al programma di governo. Divisioni come le più recenti nel centrodestra sarebbero forse meno probabili, perché l’importanza di un’opinione diversa è già “pesata” dal voto, senza necessità di creare qualcosa che invece non ha legittimazione popolare. Se Alfano fosse stato legittimato da un’elezione con X preferenze, anziché nominato a divino, il peso della sua posizione all’interno del PdL non avrebbe richiesto un nuovo partito per distinguersi.

Dopo oltre un anno di tentennamenti vari, la settimana che si apre dovrebbe finalmente portare la nuova legge elettorale nella sua forma definitiva. Speriamo che all’interno del Parlamento si trovi il buon senso necessario a migliorare quanto escogitato all’esterno di esso, riportando il nostro Paese verso una democrazia più vera. Non si chieda di nuovo all’elettore di fare il suo dovere, se l’eletto non farà il proprio e continuerà a prenderci per il naso. Ridateci la nostra Italia!